Presentazione 3M
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Gli Eretici Inferno
L'Inferno è la prima delle tre cantiche della Divina Commedia di Dante Alighieri. Le successive cantiche sono il Purgatorio ed il Paradiso. Struttura La struttura dottrinale dell'Inferno richiama il costante utilizzo simbolico del numero 3: i dannati sono infatti ripartiti in tre categorie, ciascuna localizzata in una sezione decrescente della cavità sotterranea. L'ordinamento delle pene,, dipende dall'Etica Nicomachea di Aristotele, e prefigura una gerarchia del male basata sull'uso della ragione. I peccatori più "vicini" a Dio e alla luce, posti cioè nei primi più vasti gironi, sono gli incontinenti, quelli cioè che hanno fatto il minor uso della ragione nel peccare. Seguono i violenti, che a loro volta sono stati accecati dalla passione, sebbene a un livello di intelligenza maggiore dei primi. Gli ultimi sono i fraudolenti e i traditori, che hanno invece sapientemente voluto e realizzato il male.
Peccatori la divisione dei peccati deriva dall’etica aristotelico - tomistica Antinferno Ignavi Limbo non battezzati 2° Cerchio lussuriosi 3° Cerchio Golosi 4° Cerchio Avari 5° Cerchio Iracondi 6° Cerchio Eretici 7° Cerchio Violenti 8° Cerchio Seduttori 9° Cerchio traditori dei parenti Incontinenza Rifiuto dell’esistenza di Dio Violenza Frode o malizia (uso distorto della ragione)
Eretici Canto X Orasen va per un secreto colle tra 'l muro de la terra e li martìri,lo mio maestro, e io dopo le spalle. "O virtù somma, che per li empi girimi volvi", cominciai, "com'a te piace,parlami, e sodisfammi a' miei disiri. La gente che per li sepolcri giacepotrebbesi veder? già son levatitutt'i coperchi, e nessun guardia face". E quelli a me: "Tutti saran serratiquando di Iosafàt qui tornerannocoi corpi che là sù hanno lasciati. Suo cimitero da questa parte hannocon Epicuro tutti suoi seguaci,che l'anima col corpo morta fanno. E io a lui: "Da me stesso non vegno:colui ch'attende là, per qui mi menaforse cui Guido vostro ebbe a disdegno". Le sue parole e 'l modo de la penam'avean di costui già letto il nome;però fu la risposta così piena. Di sùbito drizzato gridò: "Come?dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". Quando s'accorse d'alcuna dimorach'io facëa dinanzi a la risposta,supin ricadde e più non parve fora. Ma quell'altro magnanimo, a cui postarestato m'era, non mutò aspetto,né mosse collo, né piegò sua costa; Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s'è dritto: da la cintola in sù tutto 'l vedrai". Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s'ergea col petto e con la fronte com'avesse l'inferno a gran dispitto. E l'animose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: "Le parole tue sien conte". Com'io al piè de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?". Io ch'era d'ubidirdisideroso, non gliel celai, ma tutto gliel'apersi; ond'ei levò le ciglia un poco in suso; poi disse: "Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, sì che per due fïate li dispersi". "S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte", rispuos'io lui, "l'una e l'altra fïata; ma i vostri non appreser ben quell'arte". Allorsurse a la vista scoperchiata un'ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s'era in ginocchie levata. Dintorno mi guardò, come talento avesse di veder s'altri era meco; e poi che 'l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: "Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perché non è teco?".
Eretici Canto X Però a la dimanda che mi faci quinc'entro satisfatto sarà tosto, e al disio ancor che tu mi taci". E io: "Buon duca, non tegno riposto a te mio cuor se non per dicer poco, e tu m' hai non pur mo a ciò disposto". "O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patrïa natio, a la qual forse fui troppo molesto". Subitamente questo suono uscìo d'una de l'arche; però m'accostai, temendo, un poco più al duca mio. 33
Eretici Canto X Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s'è dritto: da la cintola in sù tutto 'l vedrai". Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s'ergea col petto e con la fronte com'avesse l'inferno a gran dispitto. E l'animose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: "Le parole tue sienconte". Com'io al piè de la sua tomba fui,guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?". Io ch'era d'ubidirdisideroso,non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;ond'ei levò le ciglia un poco in suso;
Eretici Canto X poi disse: "Fieramente furo avversia me e a miei primi e a mia parte,sì che per due fïate li dispersi". "S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte",rispuos'io lui, "l'una e l'altra fïata;ma i vostri non appreser ben quell'arte" Allorsurse a la vista scoperchiataun'ombra, lungo questa, infino al mento:credo che s'era in ginocchie levata Dintorno mi guardò, come talentoavesse di veder s'altri era meco;e poi che 'l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: "Se per questo ciecocarcere vai per altezza d'ingegno,mio figlio ov'è? e perché non è teco?".
Eretici Canto X E io a lui: "Da me stesso non vegno:colui ch'attende là, per qui mi menaforse cui Guido vostro ebbe a disdegno". Le sue parole e 'l modo de la penam'avean di costui già letto il nome;però fu la risposta così piena. Di sùbito drizzato gridò: "Come?dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". Quando s'accorse d'alcuna dimorach'io facëa dinanzi a la risposta,supin ricadde e più non parve fora. Ma quell'altro magnanimo, a cui postarestato m'era, non mutò aspetto,né mosse collo, né piegò sua costa;
Eretici Canto X e sé continüando al primo detto,"S'elli han quell'arte", disse, "male appresa,ciò mi tormenta più che questo letto. Ma non cinquanta volte fia raccesala faccia de la donna che qui regge,che tu saprai quanto quell'arte pesa. E se tu mai nel dolce mondo regge,dimmi: perché quel popolo è sì empioincontr'a' miei in ciascuna sua legge?". Ond'io a lui: "Lo strazio e 'l grande scempioche fece l'Arbia colorata in rosso,tal orazion fa far nel nostro tempio" Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,"A ciò non fu' io sol", disse, "né certosanzacagion con li altri sarei mosso.
Eretici Canto X Ma fu' io solo, là dove soffertofu per ciascun di tòrre via Fiorenza,colui che la difesi a viso aperto" "Deh, se riposi mai vostra semenza",prega' io lui, "solvetemi quel nodoche qui ha 'nviluppata mia sentenza. El par che voi veggiate, se ben odo,dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,e nel presente tenete altro modo". "Noi veggiam, come quei c' ha mala luce,le cose", disse, "che ne son lontano;cotanto ancor ne splende il sommo duce. Quando s'appressano o son, tutto è vanonostro intelletto; e s'altri non ci apporta,nulla sapem di vostro stato umano.
Eretici Canto X Però comprender puoi che tutta mortafia nostra conoscenza da quel puntoche del futuro fia chiusa la porta". 108 Allor, come di mia colpa compunto,dissi: "Or direte dunque a quel cadutoche 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto; e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,fate i saper che 'l fei perché pensavagià ne l'error che m'avete soluto". E già 'l maestro mio mi richiamava;per ch'i' pregai lo spirto più avaccioche mi dicesse chi con lu' istava. Dissemi: "Qui con più di mille giaccio:qua dentro è 'l secondo Federicoe 'l Cardinale; e de li altri mi taccio"
Eretici Canto X Indi s'ascose; e io inver' l'anticopoeta volsi i passi, ripensandoa quel parlar che mi parea nemico. Elli si mosse; e poi, così andando,mi disse: "Perché se' tu sì smarrito?".E io li sodisfeci al suo dimando "La mente tua conservi quel ch'uditohai contra te", mi comandò quel saggio;"e ora attendi qui", e drizzò 'l dito: quando sarai dinanzi al dolce raggiodi quella il cui bell'occhio tutto vede,da lei saprai di tua vita il vïaggio". Appresso mosse a man sinistra il piede:lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzoper un sentier ch'a una valle fiede, che 'nfin là sùfacea spiacer suo lezzo.
Eretici Luogo Pena Personaggi Sesto cerchioCittà di Dite Giacciono in tombe infuocate Epicuro, Farinata degli Uberti, Cavalcante dei Cavalcanti, Federico II del Sacro Romano Impero, Ottaviano degli Ubaldini, Papa Anastasio II, Fotino
Eretici Epicurei Nel canto precedente l'arrivo del messo di Dio aveva aperto l'ingresso alla città di Dite ai due viandanti, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si offriva un immaginario crude al Poeta: una distesa di sepolcri, alcuni di questi dati alle fiamme e dai quali escono orribili lamenti. Dante ha già intuito che qui vengono puniti coloro "che l'anima col corpo morta fanno." vv.15, cioè chi non crede nell'immortalità dell'anima (gli epicurei o gli atei). Anche se Virgilio nel canto precedente aveva parlato di tutte le eresie, qui si incontrano solo eretici epicurei e anche il contrappasso è calibrato su di essi: poiché non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti. Essi sono nel regno della morte ed in questo il contrappasso dantesco poiché in vita hanno asserito che ove si è, la morte non c'è, e ove c'è la morte, noi NON ci siamo. Dante, passando tra le mura di Dite e le tombe scoperchiate domanda: La gente che per li sepolcri giacepotrebbesi veder? Già son levatitutt'i coperchi, e nessun guardia face. » Dante è generico, ma in realtà egli desidera vedere un'anima in particolare, quella di Farinata degli Uberti, come già espresso a Ciacco nel VI canto. Virgilio coglie al volo l'allusione di Dante, ma intanto gli spiega come questi sepolcri verranno sigillati solo dopo il Giudizio Universale (probabilmente perché sarà colmo il numero dei dannati da fare entrare) e dice che questa parte del cimitero è dedicata agli epicurei; poi torna sulla domanda di Dante e gli dice che il suo desiderio sarà presto esaudito, anche nella parte che non dice (cioè di incontrare Farinata).
Eretici Improvvisamente, da uno delle tombe infuocate, una voce prega Dante di fermarsi: è quella del capo ghibellino Farinata degli Uberti che, dal suo modo di parlare (dal mo, tipica parola fiorentina), ha riconosciuto nel Poeta un compatriota. Dante si avvicina al sepolcro nel quale Farinata sta in piedi, visibile dalla cintola in sù. Tutti i pensieri di questo dannato sono rivolti al mondo dei vivi, a Firenze, al suo partito (partito ghibellino): egli vuole anzitutto sapere se Dante appartiene a una famiglia guelfa o ghibellina. Non appena il Poeta gli rivela il nome dei suoi avi, si vanta di averli per ben due volte debellati. Dante ribatte che essi non furono vinti, ma solo mandati in esilio e che dall’esilio seppero tornare sia la prima sia la seconda volta, laddove gli Uberti furono banditi per sempre dalla città (quindi non tornarono). A questo punto il dialogo è interrotto dall’ angosciosa domanda che un altro eretico, egli pure fiorentino, Cavalcante dei Cavalcanti, rivolge a Dante: "Se la tua intelligenza ti ha valso il privilegio di visitare, come vivo, il regno dei morti, perché mio figlio Guido non è con te?" Il Poeta indugia nel rispondere e Cavalcante, credendo che il figlio sia morto, ricade, senza una parola, nel suo sepolcro. Riprende a parlare Farinata, che vuole sapere il motivo di tanto accanimento contro la sua famiglia. Dante gli fa il nome di un fiume - l’Arbia - le cui acque furono arrossate dal sangue dei Fiorentini che nel 1260 morirono combattendo contro i fuorusciti ghibellini comandati appunto da lui, Farinata degli Uberti: e questi ricorda allora, a suo merito, come fu lui solo, dopo quella sanguinosa giornata, ad opporsi a viso aperto al progetto, avanzato dagli altri ghibellini, di radere al suolo la vinta Firenze. L’episodio si conclude con la spiegazione che Farinata fornisce a Dante sulla conoscenza che i dannati hanno del corso degli eventi terreni.
Eretici Farinata degli Uberti Farinata degli Uberti fu il più importante capo ghibellino a Firenze nel XIII secolo. Egli sconfisse i guelfi nel 1248 e, dopo la morte di Federico II di Svevia e il ritorno dei guelfi, fu costretto all'esilio. Riparato a Siena con altre famiglie ghibelline riorganizzò le forze della propria fazione e, con l'appoggio di truppe di Manfredi di Sicilia, sconfisse duramente le forze guelfe. I capi ghibellini allora si riunirono ad Empoli e venne deciso di radere al suolo Firenze: fu solo la ferma opposizione di Farinata a far bocciare l'iniziativa, così egli tornò trionfale in Firenze, e vi morì nel 1264. Solo due anni dopo, con la Battaglia di Benevento i guelfi si ripresero definitivamente Firenze, cacciando tutte le famiglie ghibelline. Molte rientrarono gradualmente ritrattando il proprio credo politico, ma solo gli Uberti subirono un crudissimo accanimento: condannato come eretico quasi venti anni dopo essere morto, le sue ossa vennero riesumate dalla chiesa di Santa Reparata e gettate in Arno, mentre i suoi beni furono confiscati ai discendenti.
Eretici Farinata per Dante Farinata per Dante è invece un magnanimo, uno spirito grande. Fu solo grazie alla sua elegia di Farinata che la sua memoria tornò grande come in passato, tanto da venire poi inserito tra i fiorentini illustri. Dante prova grande rispetto per Farinata degli Uberti, anche se Farinata era suo rivale politico, rispetto derivante dal grande amore che Farinata prova per la nobil patria Firenze. Com'avesse l'inferno a gran dispitto, è un verso famoso che ci fa capire che Farinata non soffra per la pena infernale cui è sottoposto ma piuttosto per il fatto che i Fiorentini non l'abbiano riconosciuto come unica persona che salvò Firenze dalla distruzione. Quello che Dante non condivide è tutto sul piano religioso e in parte su quello militare (è come se gli rimproverasse di "aver colorato l'Arbia di rosso", cioè di aver fatto un massacro a Montaperti).
Eretici Cavalcante dei Cavalcanti Padre di Guido Cavalcanti, uno dei rappresentanti di maggior spicco del Dolce stil novo e amico intimo di Dante. Egli è guelfo, quindi Dante ci tiene a non generalizzare tutti i ghibellini come eretici, come facevano gli inquisitori senza scrupoli in tempo di persecuzione politica.